la digital transformation ai tempi del covid

Il COVID ha colpito l’umanità come uno tsunami, con un impatto che ha cambiato e sta cambiando le nostre vite. Per sempre? Probabilmente no. Se da un lato la pandemia ha obbligato le aziende ad accelerare l’introduzione di molte tecnologie legate alla Digital Transformation, dall’altro non è stata altrettanto efficace, nel modificare in profondità la cultura e gli schemi mentali che governano le aziende e le organizzazioni.

La digital transformation in sintesi

Ma cos’è in sintesi la trasformazione digitale? Possiamo descriverla come un vasto insieme di cambiamenti necessari all’impresa per trarre vantaggio dall’evoluzione tecnologica. E’ essenziale per rispondere in modo efficace alle attuali sfide del consumo e della competizione sui mercati. Ma dobbiamo capirla per non esserne sopraffatti.

Non si tratta semplicemente di introdurre tecnologia: si tratta di cambiare la cultura aziendale e l’organizzazione, la comunicazione e l’accesso alle informazioni, le modalità di lavoro e i rapporti con i dipendenti, i clienti e i fornitori. Dobbiamo modificare  concetti nativamente non-tecnologici che si evolvono verso nuove logiche, per garantire all’organizzazione maggiore efficienza e resilienza; nuove logiche che richiedono un ruolo centrale dell’IT. Solo l’IT produrrà strumenti digitali come infrastrutture software-defined e piattaforme di online-collaboration, implementazione di business applications che offrano workflow automatizzati e, infine, l’attivazione di percorsi di dematerializzazione dei vecchi archivi cartacei, con l’obiettivo della “carta zero”.

Ma allora perché non tutti intraprendono questo percorso, o lo fanno solo perché obbligati dal particolare periodo storico che stiamo attraversando?

Resistenza al cambiamento e zona di comfort

L’essere umano è per sua natura resistente al cambiamento. Il cambiamento richiede energie che non sempre si ha voglia di spendere, richiede di assumersi tutti i rischi che derivano dal lasciare il certo per l’incerto, richiede di mettere in discussione le strategie comportamentali e organizzative che ci hanno sempre guidato. In questo senso il successo è il peggior insegnante, perché rafforza la cultura de “l’abbiamo sempre fatto così”.

Anche dopo aver corso rischi enormi, riemerge la naturale tendenza a rimanere o riportarsi nella propria zona di comfort, dimenticando i buoni propositi e le misure che sarebbe saggio adottare per evitare guai in futuro.

Cito un esempio personale: ho avuto la sfortuna di vivere il terremoto, uno di quelli seri, uno di quelli che ti fanno crollare le case intorno. Nella nostra comunità abbiamo passato mesi sotto choc, certi che non saremmo mai rientrati in una casa di mattoni o che comunque ci saremmo costruiti una casa antisismica, che sarebbe stato impossibile dormire sonni tranquilli all’interno di quattro mura. In quel momento ne eravamo davvero convinti e certi. Poi il terremoto è passato, e soltanto pochi di coloro che non sono stati obbligati a ristrutturare la propria abitazione l’hanno fatto spontaneamente. Gli altri sono comunque tornati a dormire tranquilli nella vecchia casa: si sono cioè riportati alla “precedente normalità”.

Effetto COVID

Qualcuno ha detto che il COVID è riuscito ad introdurre la trasformazione digitale meglio dei board aziendali o degli innovation manager. Verissimo per quanto riguarda la tecnologia spiccia: oggi molte aziende si sono dotate di sistemi che permettono ai propri impiegati di lavorare in remoto, fornendo loro pc portatili, VPN verso i server aziendali, strumenti di collaboration che permettono loro di gestire le comunicazioni e il lavoro in team anche quando in membri del team si trovano a chilometri di distanza.

Molto inferiore è stata invece l’incidenza sul fronte dei processi e delle applicazioni informatiche che li supportano: in moltissime realtà non si è fatto un granché, se non fornire connessioni verso i server aziendali in modo che il personale possa utilizzare i sistemi senza essere fisicamente in ufficio; tra l’altro moltissime aziende, soprattutto le più grandi, erano già organizzate in precedenza per questo tipo di operatività

Sul fronte della cultura aziendale, la forzatura dettata dal coronavirus ha certamente reso evidenti una serie di rischi e di debolezze. Qualcuno ha colto l’occasione per abbracciare il cambiamento, in maniera più o meno estesa, rendendo strutturali le innovazioni introdotte. Altri invece si sono limitati a gestire il problema della continuità operativa, senza cogliere le vere opportunità di efficientamento ed evoluzione legate alla trasformazione digitale. In questi casi sono stati introdotti alcuni strumenti digitali, affrontando investimenti anche importanti, ma utilizzandoli senza modificare i processi del passato e quindi senza arrivare a mettere a terra il potenziale degli investimenti sostenuti.

Il rischio è che quando finalmente sarà diffuso un vaccino anti-COVID e quindi scomparirà l’attuale, seppur “forzato”, stimolo alla digitalizzazione, ci si scordi dei buoni propositi di miglioramento, tornando alle vecchie abitudini.

Scenari futuri

Sempre più negli ultimi anni si parla di mondo “VUCA”: volatile, incerto, complesso, ambiguo. Le logiche del passato non funzionano più. L’approccio al mercato è differente, il marketing tradizionale è stato soppiantato dal web marketing, la web reputation delle aziende è divenuta vitale, i big data orientano le strategie commerciali. I processi produttivi e gestionali devono potersi adattare rapidamente a modalità e volumi che possono cambiare all’improvviso. Anche l’organizzazione interna delle aziende sta cambiando, il personale si muove secondo nuove modalità, soprattutto il personale specializzato necessita di livelli di engagement finora sconosciuti.

Mai come oggi il mondo è a un bivio: da una parte le aziende che sfrutteranno le tecnologie digitali, che proseguiranno nel loro cammino di crescita. Dall’altra le aziende che rimarranno nel passato, destinate inevitabilmente al fallimento, anche dopo una lunga storia ricca di successi.

Qualcuno ha paragonato questo processo alla teoria dell’evoluzione di Darwin: evolversi per non estinguersi. L’elemento da considerare è però che, in natura, non è possibile modificare a piacimento il proprio DNA per adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente circostante: chi ha la fortuna di possedere nel proprio DNA il gene giusto, sopravviverà… diversa sorte toccherà agli altri.

E per le aziende il gene che farà la differenza è senza dubbio quello della propensione al cambiamento.

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