Spesso leggiamo che da una crisi nascono delle opportunità. Possiamo interpretare la pandemia da COVID-19 come un acceleratore di innovazione?

Il lockdown necessario a superare il picco di infezioni da coronavirus ha scatenato una crisi globale molto grave. Praticamente tutti i settori sono stati colpiti: commercio, ristorazione, turismo e wellness. Moltissime aziende sono state costrette a chiudere da un giorno all’altro vedendo i propri fatturati azzerarsi e rimanendo in una situazione di lunga attesa. Gli aiuti da parte dello stato tardavano ad arrivare, insomma, è stata una situazione difficile.

Questo periodo, però, ha anche concesso abbondanza di una risorsa che solitamente non è mai sufficiente: il tempo. Ognuno di noi ha avuto l’occasione di riflettere sulla propria attività, analizzarla, capire ciò che non andava, capire cosa era necessario modificare in vista della nuova ripartenza.

Molti avranno capito che la digitalizzazione non è più una scelta, è una necessità fortissima, ma vediamo qualche dato.

Nel 2019 il commercio online è cresciuto del 17% rispetto all’anno precedente, un’indagine Nielsen sulle vendite online dei prodotti di largo consumo testimonia un aumento da fine febbraio di oltre l’80% rispetto allo scorso anno, con un +162% nella terza settimana di lockdown.

Le opportunità quindi ci sono state, ci sono e ci saranno.

Sembra che la soluzione a questa crisi sia quindi nel mondo digitale. Tuttavia le risorse più importanti per il mondo del lavoro sono le persone e le loro competenze. Recentemente, è stato pubblicato il rapporto della Commissione Europea in cui viene misurato il “Desi” (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società), si tratta dello strumento mediante il quale la UE monitora il progresso digitale degli Stati membri dal 2014. L’Italia è al venticinquesimo posto nella classifica dei 28 paesi UE. In particolare, il nostro paese si colloca all’ultimo posto per le competenze digitali della popolazione: solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% nell’UE) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (33% nell’UE).

Ma allora come può, un’azienda, operare nel mondo del digitale quando il personale non ha le competenze necessarie per farlo?

Per superare questo scoglio le aziende hanno a disposizione numerosi strumenti formativi, dal 2019 hanno a disposizione anche le competenze di aziende specializzate che possono aiutare l’innovazione in azienda. In particolare dell’innovation manager, che contribuisce all’accelerazione tecnologica di un’azienda e la guida al cambiamento. La figura di Innovation Manager è stata definita dal MISE, inoltre dal 2019 esiste un elenco dei manager e delle società abilitati a fornire alle PMI e alle reti d’impresa servizi di consulenza specialistica. Gli interventi sono finalizzati a sostenere processi di innovazione negli ambiti della trasformazione tecnologica e digitale, dell’ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi, dell’accesso ai mercati finanziari e dei capitali. Si tratta di figure la cui esperienza nel definire, realizzare e governare processi di digitalizzazione è cruciale per il loro ruolo di consulenti pronti a far crescere le aziende. L’Innovation Manager, infatti, guida le aziende nella Digital Transformation, introducendo tecnologie emergenti che spingano le aziende verso un miglioramento del loro business.

Quali sono le principali tecnologie abilitanti 4.0

  • big data e analisi dei dati;

  • cloud, fog e quantum computing;

  • cyber security;

  • integrazione delle tecnologie della Next Production Revolution (NPR) nei processi aziendali, anche e con particolare riguardo alle produzioni di natura tradizionale;

  • simulazione e sistemi cyber-fisici;

  • prototipazione rapida;

  • sistemi di visualizzazione, realtà virtuale (RV) e realtà aumentata (RA);

  • robotica avanzata e collaborativa;

  • interfaccia uomo-macchina;

  • manifattura additiva e stampa tridimensionale;

  • internet delle cose e delle macchine;

  • integrazione e sviluppo digitale dei processi aziendali;

  • programmi di digital eting, quali processi trasformativi e abilitanti per l’innovazione di tutti i processi di valorizzazione di marchi e segni distintivi (c.d. “branding”) e sviluppo commerciale verso mercati;

  • programmi di open innovation

Si tratta di tecnologie che hanno permesso il rilancio di aziende in difficoltà o l’adattamento a situazioni d’emergenza come quella che stiamo vivendo, il tutto per trasformare una crisi in un’opportunità, il crocevia tra l’evoluzione e la sparizione.

Siamo pronti alla digitalizzazione del lavoro?
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